Bartleby

Una storia di Wall Street 

Spettacolo in distribuzione per la stagione 2018/19

Herman Melville è senza dubbio il più importante scrittore americano. E uno dei massimi scrittori di tutti i tempi. In Italia però tale grandezza non è stata riconosciuta appieno: il solo Moby Dick ha acquisito una certa fama, dovuta però più al film o alle riduzioni per ragazzi che alla lettura integrale del romanzo. Eppure opere come Taipi, Benito Cereno e soprattutto Billy Budd (da cui Benjamin Britten ricavò un’opera) sono ormai considerate classici.

Di questi romanzi brevi, il più particolare e discusso è senza dubbio Bartleby, lo scrivano, da alcuni addirittura considerato un precursore dell’esistenzialismo e della letteratura dell’assurdo. Anticipatore di Kafka e Camus, ispirato a Dickens o alle filosofie orientali, resta uno dei testi più elusivi e affascinanti della Storia della Letteratura.

Scritto nel 1853 (due anni dopo Moby Dick) fu pubblicato anonimo. Ambientato, come dice il sottotitolo, a Wall Street, la strada di New York che ospita la più importante Borsa mondiale, descrive il contrasto tra la vita frenetica, rampante, votata al denaro e alla produttività, incarnata dalla city newyorchese e questo personaggio che si rifiuta di svolgere alcune delle mansioni lavorative che il suo principale gli affida, finendo a poco a poco col rifiutarsi di fare alcunché, financo di vivere.

Questa opposizione, così radicale, a un mondo positivista e pragmatico, viene descritta dall’esterrefatto datore di lavoro: un pacifico avvocato che cura gli interessi di danarosi clienti, ma che prova una strana attrazione mista a compassione e desiderio di scoprire quale mistero si celi dietro al rifiuto sempre più reciso di Bartleby.

Il desiderio di Bartleby di affrancarsi dalla schiavitù del lavoro, e di un lavoro alienato come quello di copista, anche a costo della sua stessa vita, lo rende un personaggio oltremodo moderno, una sorta di working class hero: un eroe solitario che si batte con pervicacia donchisciottesca contro il Moloch del capitalismo internazionale (Wall Street).

Ma altrettanto interessante è l’antagonista/narratore: l’avvocato che cerca in tutti i modi di capire, senza riuscirci, la protesta dello scrivano. Il lavoro di scavo delle ragioni dell’altro, la pietà cristiana, l’indignazione, l’autoanalisi spietata anche dei sentimenti meno nobili che prendono il sopravvento in una simile vicenda rendono l’avvocato umanissimo e fanno sì che il lettore si immedesimi negli sforzi dell’attempato principale.

L’idea di trasporre il testo per il teatro è venuta naturalmente. Bartleby è né più né meno che una narrazione fatta in prima persona dal personaggio dell’avvocato, una soggettiva attraverso la quale vivono gli altri personaggi: i tre dipendenti, i vicini di casa, il secondino, e naturalmente lo scrivano.

E’ una narrazione sul filo dell’ironia, a tratti persino comica, ma che ci prende per mano e ci conduce su un sentiero sempre più stretto, alla fine del quale ci ritroveremo sull’orlo di un abisso.

Il testo verrà recitato senza quarta parete, chiamando gli spettatori a testimoni, una via di mezzo tra un’aula di tribunale e il lettino di uno psicanalista. L’avvocato, infatti, si sente evidentemente in colpa, si domanda se ha fatto tutto quello che poteva per salvare Bartleby. Ma gli spettatori si immedesimano, condividono la colpa, sentono il peso della loro inadeguatezza rispetto all’irruzione del diverso, del dropout, dell’emarginato.
Anche noi sentiamo affiorare gli stessi desideri, le stesse domande ogni qualvolta ci imbattiamo in un immigrato, in un accattone, in un malato di mente. Perché Bartleby è l’Umanità intera. Salvare Bartleby è l’impresa ardua, il grande fardello che ognuno di noi ha sulla coscienza.

 

coproduzione Teatro Invito/Teatro della Cooperativa, con Luca Radaelli, traduzione Luca Radaelli, regia Renato Sarti

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