La colonna infame

 

La Storia della colonna infame è un libriccino piuttosto misconosciuto, che non fece grande fortuna al tempo in cui Manzoni lo scrisse, ma che invece oggi è considerato forse la sua opera più importante.

Si tratta all’apparenza semplicemente di un commento agli atti di un processo, quello intentato ai presunti untori della peste nel 1630. Subito però si capisce che Manzoni parla della tortura, dell’inquisizione, della peste per parlare dei temi a lui più cari: la giustizia, quella divina e quella umana, e il libero arbitrio, quello che consente di scegliere tra il bene e il male.

Nella nostra messinscena, la vicenda viene raccontata in modo serrato, come in un “legal thriller”. Le atmosfere vengono suggerite da inserti musicati e cantati. Una vera propria partitura, un concerto teatrale per due voci e una chitarra elettrica, che suona, geme, urla.

In scena un leggio, una sedia e tre piantane di metallo che alludono a patiboli, machine da tortura, croci.

Sullo sfondo scorrono immagini che ci riportano all’attualità: torture, ingiustizie, processi sommari sono in corso anche oggi in varie parti del mondo.

Perché è nostra convinzione che i classici a teatro debbano parlarci di noi, oggi, e che è dalla memoria di ciò che fu che possiamo capire chi siamo. Perché “le istituzioni più assurde hanno sostenitori finché non sono morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ragione stessa che sono potute vivere”.

 

 

Con Luigi Maniglia, Luca Radaelli, Valerio Maffioletti
Luci  Michele Napione
Suoni Luigi Maniglia
Consulenza musicale di Angelo Rusconi
Partitura vocale di Antonio Pizzicato
Regia e drammaturgia Luca Radaelli